Taranto: carcere “Carmelo Magli ” come un girone dell’inferno. La FP CGIL a difesa della Polizia Penitenziaria

Nel carcere di Taranto si vive e si lavora in condizioni contrarie al rispetto dei diritti umani.

Nell’incontro di oggi con la FP CGIL, si è espresso il totale disappunto per la decisione che riguarda l’Istituto tarantino, di una possibile apertura di un nuovo padiglione per altri 200 posti di detenzione.

Così, il carcere più affollato d’Italia arriverebbe ad ospitare circa 800 detenuti.

Una vera e propria bomba ad orologeria, considerando anche il rischio di aggressioni o fenomeni di autolesionismo, soprattutto in detenuti con problemi di tipo psichiatrico.

Difficile anche il rapporto con i detenuti stranieri, in continuo aumento, vista la mancanza di mediatori culturali. Il tutto mentre i detenuti continuano a vivere in celle al di sotto dei tre metri quadri garantiti dalla CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo).

Per questo oggi il delegato FP CGIL dentro il carcere tarantino, Luca Lionetti, il segretario della FP CGIL Taranto, Mimmo Sardelli e il coordinatore nazionale della FP CGIL Polizia Penitenziaria, Stefano Branchi, hanno parlato di: “anticamera dell’inferno che riguarda detenuti e agenti, costretti a condividere un girone dantesco di disumanità che non possiamo più tollerare – affermano – perché il personale sottodimensionato (per 300 detenuti previsti 277 agenti, in servizio reale 259 – ndr) attende un cambiamento radicale da anni, ma nel frattempo continua ad ammalarsi nel corpo e nell’anima, perché il carcere segna profondamente chi entra in contatto con tanta sofferenza.

Un agente per piano detentivo, nei turni pomeridiani e notturni, arriva a gestire da solo circa 200 detenuti – spiegano – in un carcere che a regime potrebbe ospitare 300 persone, ma che in realtà ne ospita già il doppio. 600 detenuti e detenute, alcuni appartenenti alla malavita organizza e pertanto soggetti a livelli massimi di sorveglianza e centinaia di altri con problemi di salute gravi, turbe di tipo psichiatrico, malattie infettive a cui l’agente di polizia penitenziaria è chiamato a rispondere senza avere chiari protocolli operativi di riferimento o semplici dispositivi di protezione come guanti o mascherine.

Nell’esprimere la nostra solidarietà agli operatori della Polizia Penitenziaria – dicono infine Sardelli e Branchi – ribadiamo con forza che non ci accontenteremo più della stima o delle pacche sulla spalla. Ci sono cittadini e lavoratori da tutelare nei loro diritti fondamentali, e di questo temporeggiare ne abbiamo abbastanza”.

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